Architecture - Architettura, Italiano

Junkspace

REM_KOOLHAASRabbit is the new beef . . . Because we abhor the utilitarian, we have condemned ourselves to a lifelong immersion in the arbitrary . . .  […] If space-junk is the human debris that litters the universe, Junk-Space is the residue mankind leaves on the planet. The built (more about that later) product of modernization is not modern architecture but Junkspace. Junkspace is what remains after modernization has run its course, or, more precisely, what coagulates while modernization is in progress, its fallout.

Junkspace, REM KOOLHAAS

Personalmente trovo affascinante il pensiero di Koolhaas, e non posso fare a meno di condividerlo.

Sempre nel suo testo “Junkspace” afferma che l’uomo del XXI secolo ha costruito più di tutte le precedenti generazioni messe insieme, ma non può essere misurato sulla stessa scala, perché non lascia piramidi.

“Secondo un nuovo Vangelo della bruttezza, c’è già molto più Junkspace in costruzione nel XXI secolo di quanto ne sia sopravvissuto dal XX… Inventare l’architettura moderna, nel XX secolo, è stato un errore. Nel XX secolo l’architettura è scomparsa.”

Mi trovo perfettamente d’accordo con questa affermazione di Koolhaas, la stessa in particolare mi ricorda un altro testo che lessi uno degli ultimi anni dell’università “Maledetti architetti” di Tom Wolfe; un saggio, ironico e divertente, in cui l’autore condanna pesantemente (utilizzando anche termini denigratori es. il “Principe d’Argento” è Walter Gropius il “signor Purista” è Le Corbusier, ecc.) il movimento moderno e tutti i “discepoli” che sono seguiti di aver ucciso l’architettura. Sì “discepoli” perché per Wolfe il funzionalismo è una religione e Gropius come Mies Van Der Rohe sono visti come dei veri e propri “Dei Bianchi”.

La Globalizzazione, si sa, è un processo inarrestabile, come lo è stato la Rivoluzione Industriale ottocentesca. E il Junkspace di cui parla Koolhaas è figlio della globalizzazione. Gli shopping mall presenti ogni dove tutti uguali seppur diversi. L’architettura dello shopping si riduce a un diagramma del genere più elementare: shopping + parcheggio + infrastrutture, un piccolo universo a sè stante, come una cellula che può trovarsi qui come in un qualsiasi dove.

jsp

Sempre Rem Koolhaas afferma: “Come architetto sono personalmente coinvolto nel luogo Universal: e quindi sono stato costretto a trascorrere un’intera estate, lavorando in un ufficio che si affacciava sul CityWalk. La cosa affascinante era che l’intera umanità passa per queste strade: ma in realtà, se si guarda alla strada come luogo dello shopping, di shopping lì non se ne fa per nulla. I punti di vendita sono di un livello incredibilmente basso. I beni hanno una mancanza di fascino indicibile. Personalmente non ho mai assistito ad un acquisto. La sola cosa a cui ho assistito è questa enorme massa di gente di passaggio. In una città come Los Angeles ci sono poche strade, il che mette in evidenza una situazione tragica: l’umanità ha un innato desiderio della strada, ne ha profonda nostalgia e probabilmente necessità assoluta.
Uno dei momenti in cui questa invasione da parte dello shopping è evidentissima è Las Vegas,  oggi si è trasformata in un unico arazzo di shopping: questo invade ogni altro linguaggio e ogni altro programma, in cui l’insieme non è più suddiviso in entità riconoscibili, ma al contrario si trasforma completamente in un mosaico di attività di ogni genere e, dal punto di vista architettonico, nel più incredibile continuum urbano mai visto.
Las Vegas è di un’eccentricità e di un esotismo così scoperti da permetterci di tenerli concettualmente a distanza, di non preoccuparcene troppo. Ma ovviamente lo stesso fenomeno si verifica nelle nostre città ed è parte sostanziale delle nostre città.
Perfino New York, l’apparentemente inesauribile città di tutte le occasioni, buone e cattive insieme, è inondata dalle esigenze dello shopping: cioè dello shopping che richiede ambiente sicuro, lo shopping che ha bisogno di ingenuità, lo shopping che ha bisogno di controllo. ‘Shopping’ per me è sinonimo di modernizzazione. E, dato che la modernizzazione oggi non si verifica in nessun luogo con intensità maggiore che in Asia, in Asia non solo lo shopping è divenuto la norma, il fattore incrementale di base e la componente di base della condizione urbana, ma la forma concettuale dello shopping è diventata quasi l’immagine della nazione, nella percezione che questa ha di sé. In certo qual modo un intero Stato come Singapore si considera uno shopping center.
L’insieme delle regole del centro commerciale, ovvero le regole dello shopping, detta la configurazione e la concettualizzazione dell’isola.
Singapore non è più un’isola di singoli edifici, molti dei quali dedicati allo shopping. L’immagine che in ultima analisi Singapore ha di sé sta diventando sempre più quella di un parco tematico, al punto che dopo aver elaborato per vent’anni seri documenti urbanistici, Singapore oggi non si considera più una città che possa essere pianificata in modo tradizionale. Ma, quasi come un centro commerciale, si sta trasformando in una serie di frammenti, rattoppi e superfici informi, giustapposti.
La città non ha più un piano regolatore, ha una “mappa delle agglomerazioni per stile di vita” in cui ogni attività si integra senza soluzione di continuità con tutte le altre.
Appare inevitabile che la completa saturazione del mondo con lo shopping abbia ripercussioni sull’architettura.
Una delle nostre tragedie, come architetti, è che siamo incapaci di affrontare questo ambito e trovarvi un aspetto interessante. In qualche modo la nostra intelligenza si sente offesa dagli incredibili vincoli all’immaginazione architettonica rappresentati dal diagramma; e, più ansiosamente, dal fatto che noi stessi non abbiamo un’alternativa da proporre.” Terribile come conclusione ma fondamentalmente vera, questo contesto ci pone davanti ad un nuovo scenario pieno di nuove possibilità che può spaventare per la sua complessità ma che rappresenta la vera sfida per il futuro. Trovare una chiave per uscire dalla spirale fatta di ripetizione.

Infondo cos’è la storia dell’uomo se non un continuo scontrarsi con problemi sempre più complessi e lottare per trovare una soluzione?
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